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Lettera ad @architettodidio

novembre 12, 2012 1 commento

Ciao architetto di dio.

Ho appena letto il tuo articolo sull’opensource sul tuo blog e non ho potuto fare a meno di commentare. Il commento é diventato troppo grande e quindi lo posto sul mio blog

Migrare all’opensource non è solo un fattore economico. Quello è solo un lato della medaglia, quasi un effetto. L’opensource porta cultura, informazione, partecipazione e soprattutto sviluppo. Non bisogna più affidarsi a giganti come Microsoft od Oracle per sviluppare i propri sistemi o comprarne di già fatti sperando che si adattino alle proprie esigenze. Invece si può sviluppare il software che serve partendo da qualcosa di già pronto e fatto dagli svariati progetti opensource che coprono oramai qualsiasi caso di utilizzo. Scegliendo la base opensource si può far lavorare persone locali, al comune o ad aziende esterne locali, per la personalizzazione e le modifiche.
In questo modo invece di spendere migliaia di euro in licenze che arricchiscono l’economia di altre paesi, si potrebbe far girare l’economia locale, anche con l’informatica. I conti sono semplici da fare. Una licenza windows retail costa circa 100E, mettiamo che il comune ha un deal e la prende a 70E. A questo bisogna associare il costo di licenza di almeno Office ed un software antivirus se non si vogliono mettere a rischio i dati. Si arriva facilmente ad almeno 150E a pc. Lei dice che ci sarebbe un risparmio di al massimo 2000E. Cio significa che in comune di piazza ci sono non più di 2000/150 = 13 computer. OOPS, credo che i conti non tornino.

Mi spiace ma dal suo articolo si denota il fatto che lei non sa neppure cosa sia l’opensource. Le consiglio la lettura di The cathedral and the bazaar su come i progetti opensource sono gesiti e come ogni progetto ha un team leader che è responsabile del codice committato al progetto. Questo significa che non è vero che chiunque prende il codice, lo modifica e lo propaga nel codice sorgente originale. C’è liberta di prendere il codice e sviluppare qualcosa di altro ma non di committare le proprie modifiche al progetto originale se non con l’approvazione del project leader.
Il kernel linux è più di 33 milioni di righe di codice, non sarà perfetto, ma ha molti meno bug dei sistemi proprietari semplicemente perchè più occhi possono (e lo fanno) scrutinare il codice sorgente, comprese aziende del calibro di Intel, Amd, Red hat, Nasa, ecc ecc che giornalmente utilizzano questi sistemi.

Mi rincresce sentirla parlare di lock-in associato a sistemi che si rompono a livello hardware. Per me sono due concetti ortogonali. Lock-in è il fatto che in qualsiasi momento non sono in grado di esportare i miei dati e passare ad un sistema concorrente che non ha niente a che fare con una rottura hardware. Per una PA è fondamentale poter prendere tutti i dati e passare ad un sistema concorrente perchè, magari necessita quei dati per altri tipi di analisi o quant’altro. Essere bloccati ad un fornitore software rende la PA ostaggio delle decisioni di questa azienda compresi cambi di contratto, rincaro dei prezzi e anche fallimento dell’azienda stessa.
Sentirla parlare di failure hardware sembra ridicolo nel mondo del cloud in cui viviamo oggi dove l’hardware è una commodity, tutti i produttori hardware offrono servizi on site h24 per la riparazione delle macchine ma più importante di tutti, gli enti non hanno più le macchine. Le macchine sono noleggiati altrove. Una bella lettura su Amazon E2C, Rackspace, Heroku, Google app engine, Openstack sarebbe illuminante da questo punto di vista.

Riguardo alla sicurezza credo che quanto illustrato sopra le faccia capire che lo scenario da lei ipotizzato in cui vulnerabilità vengano incluse deliberatamente è uno scenario impossible. Ogni patch del kernel viene rivista da almeno 4 persone differenti prima che questa venga inclusa e questo accade anche con tutto il software pacchettizzato per le distribuzioni come Ubuntu e Debian.

Riguardo all’accessibilità questa dipende da come è stata pensata l’interazione uomo macchina. Non c’entra niente con chi gestisce il sito o chi da l’hosting. L’interfaccia utente è pensata da chi sviluppa il sistema ed ha assunto nel tempo sempre più importanza. Se un sistema è progettato in maniera poco intuitiva e/o difficile da capire, questo non verrà usato.
Riguardo a questo calzano a pennello le appena concluse elezioni americane in cui Romney si è affidato a Microsoft ed al progetto ORCA per il coordinamento dei volontari sul territorio mentre obama ha fatto sviluppare, partendo dal noto software opensource Drupal, un sistema chiamato Obama Dashboard. Washinngton Post riporta che il software ORCA pur essendo stato sviluppato per 4 anni, è statato un completo flop. Lento, complicato e non accessibile proprio quando serviva. Il team Obama in 5 mesi, partendo da soluzioni già sviluppate in maniera opensource, ha semplicemente fatto l’interfaccia grafica che serviva in 5 mesi e piazzato tutto su cloud in modo che il numero delle macchine attive a servire le pagine era variabile in base al carico.
Risultato: Obama ha vinto, e non di poco. Sicuramente non è stato l’unico fattore, Romney aveva contenuti che sembravano tirati fuori dal un film dell’inizio del 1900 ma tutti hanno riconosciuto che il lack di informazione ha giocato un ruolo fondamentale.

Ovviamente il passaggio ad un sistema opensource non è facile e richiede tempo e risorse, soprattutto umane. Ma alla fine l’investimento è sicuramente in positivo per il comune e quindi l’intera communità. Chi non è in grado di percepire il cambiamento, soprattutto in un settore altamente tecnologico, è destinato a perire professionalmente.

Che questo sia un monito, caro architetto di Dio, per ridimensionare il suo ego e di informarsi prima di scrivere parole a caso su un blog.

A presto.

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